Pierluigi Billone
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Mani.Matta

(2008)

per Percussione
(Marimba, 2 Logdrums, Woodblock, China gong)


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Grazia Giacco


Mani: comun denominatore di questi pezzi per percussione, la mano non si limita ad esprimere soltanto una funzione di organo prensile e tattile, ma soprattutto investe quella che Billone chiama l’Intelligenza della mano, cioè la capacità di creare un contatto vivente con il suono. Il tatto è, nella musica di Billone, espressione di un con-tatto: la mano che incontra la materia, la fa vibrare, si fa partecipe di questa vibrazione e crea risonanza nel corpo ed intorno al corpo. Pelle ed ossa che riscoprono l’ancestrale spazio del suono, che cercano nuovi orizzonti del sentire. La musica di Billone non si ascolta solo con le orecchie, ma anche col respiro, con la pelle, col peso del corpo seduto o sdraiato ad ascoltare, con gli occhi che seguono – qualora si possa – i gesti dell’interprete, danze di corpi risonanti – è l’interprete che suona lo strumento o viceversa?

Una delle più singolari qualità della musica di Billone è questa straordinaria energia creativa capace di moltiplicare la sorgente sonora: da unica (uno strumento) diventa plurale, nel momento in cui incontra il corpo risonante dell’interprete, ed i suoi strumenti principali e vitali, senza i quali non può vivere, né comunicare: mani e bocca. Il suono è fuori o dentro di noi? Billone sembra interrogarsi su questo spazio liminare, sulla manifestazione di un’essenza vibratoria (Suono) che circola intorno, dentro, fuori, attraverso il corpo.

In Mani.Matta (2008) convivono più spazi sonori: la marimba, due logdrums (tamburi rettangolari di legno) sormontati da un wood-block, il gong fissato al torace dell’interprete. L’attacco dei vari strumenti è studiato per moltiplicare le possibilità timbriche: bacchette di spessori e materiali diversi che suonano in vari punti delle piastre della marimba, dei logdrum e wood-block, del gong. Le mani sfiorano o percuotono gli strumenti utilizzando le dita, le nocche, le palme delle mani. Matta era il cognome di un artista americano, Gordon Matta-Clark (1943-1978), conosciuto negli anni settanta per le sue opere architettoniche definite building cuts, cioè fondate sul principio del taglio di palazzi abbandonati e quindi della rottura/apertura della prospettiva.