Pierluigi Billone
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KRAAN KE.AN

(1991)

per 3 Voci e 10 Strumenti


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Pierluigi Billone


Il rinnovarsi e il maturare di una chiarezza; la decisione di farne segno. Il corpo si interra indistintamente nella solidità delle cose, in una intimità profonda. Il Canto emerge da questa intimità. La Voce trattiene ancora, nello spazio quasi disabitato dei suoi accenti, le tracce del Canto. L’uomo, le cose: stratificazione di esistenze e legami, luogo instabile di attraversamenti e soste, vivo canto depositato. L’umanità tradizionale della voce e degli strumenti, ha in parte accecato quest’oscura profondità che la precede e la regge; quasi un mezzogiorno senza ombre.

Qui gli strumenti e le Voci (non un mezzo, ma un luogo) sono chiamati a vibrare in quanto Legno, Respiro, Metallo, Pelle. La loro identità (ruolo, tecnica, repertorio, abito storico) non è negata, ma assimilata e oltrepassata. La loro "maschera", stato stabile di tecnica-cultura tradizionale, viene sollevata, con innocenza. Poter guardare fisso negli occhi. Urgenza di una diversa umiltà dell’umano.

Un cammino di scrittura da compiere: la direzione; ciò che ostacola il cammino; l’insistenza.

Pensiero e pratica musicale come domanda: la risposta rallenta e corrisponde alla profondità e all’ampiezza di ciò che viene incontro. La possibilità di aprirsi consapevolmente e senza difese iniziali a una provenienza che chiama, esporsi e vegliare sul cammino. La via in questione è quella che porta vicino al Giorno Sacro. Il primo effetto di questa vicinanza è il cadere delle opposizioni più superficiali (e dell´ideologia che le nutre). Il lavoro, allora, secondo la prudenza che conosce il rischio di perdere la via verso il segno, ritrova tutta la necessità e il senso arcaico della Fondazione (che ha poco a che fare con la fondazione e la deduzione logica), e la costanza pericolosa dell’insistenza.

Un segno iniziale: stato fondamentale di un vibrare (sonoro o meno) e di un possibile orizzonte di legami. Un segno-centro (dà la misura, indirizza un' Orientatio, apre il luogo iniziale, raccoglie-attira attorno a sé), e dei segni-centro secondari, in grado di concentrare una molteplicità, in un ordine e in una gerarchia di legami (viva e sensata): Kosmos. Non secondo la concezione geometrico-logica della distanza ma secondo quella religiosa (è vicino ciò che partecipa del centro e non ciò che è alla minima distanza in uno spazio-tempo astrattamente uniforme). Il lavoro presso il segno-centro diviene, ora, il mantenimento di una tensione musicale (dell'esistenza) e la sua concentrazione in una scrittura.

Il pezzo è quindi solo un polo del lavoro, emergenza-traccia di un cammino – per uomini in cerca di tracce. L'esperienza musicale della scrittura e ogni suo (eventuale e provvisorio) compimento in un pezzo non coincidono. Sono piani di realtà differenti, ognuno ha la sua dimensione e ampiezza.

Esperienza necessariamente individuale (e non per questo solo personale o privata) che si raccoglie nella Partitura-Concerto, luogo pubblico. Qui un ulteriore (ri-producente) ascolto individuale può accadere: ogni volta sarà una riscrittura a propria misura, fare che dialoga (interroga) un già fatto.

La capacità di un pezzo di emergere e rinviare all’esperienza da cui proviene (e di offrire spazio ad una ulteriore scrittura) resta in ogni momento problematica: domanda-tensione vitale, esercizio quotidiano. Il musicale come genere (e le sue distinzioni interne) non viene presupposto: diventa domanda e possibilità. Il respiro di una Cosa: spazio-canto della sua provenienza.

Al centro del lavoro trova posto difficilmente la musica ancora pensata come linguaggio e mezzo di comunicazione (artistico o meno). Soprattutto perché il grande foglio non ha pentagramma: foglio-cielo, foglio-corpo, foglio-bocca, ...

Cresce uno spazio di risonanza che poggia su un silenzio iniziale. In questa luce-attenzione, non solo una vibrazione, ma anche un numero o una proporzione, è vivo e pieno di senso: un interpretante. E come tale trova o non trova il luogo possibile in cui respirare e operare.

In *AN (APSU, A.AN, KRAAN KE.AN, AN.NA, ME.A.AN) l’esperienza di scrittura a cui si rinvia prende vita consapevolmente da un silenzio iniziale della Voce. Una diversa Necessità, Urgenza e Rigore della pratica.

*AN (Cielo), segno di stella, è il richiamo a lasciarsi attraversare dalla (propria) provenienza, dopo averle fatto spazio e vegliando, accettata in ogni caso, come ricchezza della esistenza e motivo di ringraziamento. Del senso di questa scelta-domanda ognuno può meditare.

Ampiezza, Profondità, Instabilità, dimensioni verso le quali l’ascolto può riprendere ad indirizzarsi. La distanza fra un Sol ed un La, qui, non è né fissa né unica, anzi: è la domanda. E' in questo scarto che comincia a nascere un’ulteriore possibilità della Risonanza (che apre la porta alla Simpatia e al Vibrare interpretativo della memoria).

Respiro.

Esperienza difficile e lentissima, lavoro quotidiano che può cominciare solo dal secondo ascolto.

Qui siamo alla soglia. Il senso individuale di un lavoro è fatto di riflessi individuali. Il senso pubblico di un lavoro si misura dalle conseguenze che produce ( soprattutto quelle meno appariscenti e meno immediate e perciò destinate probabilmente a durare) e dalla capacità di fare oscillare il punto di equilibrio del già ascoltato. Proprio questo senso pubblico è ciò che, chi scrive, non è quasi mai in grado di misurare.