Pierluigi Billone
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ME.A.AN

(1994)

per Voci e Ensemble


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Pierluigi Billone


Il corpo s'interra indistintamente nella solidità delle cose, in una intimità profonda. Il Canto emerge da questa intimità. La Voce trattiene ancora, nello spazio disabitato dei suoi accenti, le tracce del Canto.

L'umanità tradizionale della voce e degli strumenti, ha in parte accecato questa oscura profondità che la precede e la regge; quasi un mezzogiorno senza ombre.

Qui, invece, la materia conserva una risonanza indefinita della sua provenienza: accenti, tracce, che vengono dalla fisicità del corpo, dell’uomo e delle cose. Ed è soprattutto instabile, come ogni vivente.

Si crea un gioco di riflessi che scioglie il suono dalla sua fonte (il suono diventa più propriamente un vibrare) e sottrae ogni strumento alla sua identità (lo strumento ridiventa corpo vibrante).

Una tensione attraversa un corpo e si fa udibile. La voce (lo strumento) presa in questo gioco, perde il suo nome; il corpo vibra e svela una propria ulteriore profondità.

Lo strumento (la voce) diventa un luogo, dove una presenza si manifesta o si nega (e non un mezzo). Profondo spostamento dell’attenzione.

Una deformazione continua, che prende la sua misura dal lavoro della memoria, sposta continuamente il centro dell’ascolto, e lo fa oscillare in una costellazione di punti di riferimento.

La percezione che cerca di ritrovare la traccia rassicurante di uno stato stabile, un contorno netto, un ritmo familiare e distinto, etc., non ritrova immediatamente gli abituali punti di riferimento. Il centro si è spostato, non è più solo in primo piano.

In questa instabilità, le possibilità rischiano di moltiplicarsi all’infinito, in una varietà presto indifferente.

Questo è il momento in cui una Misura (ME – Misura), un orientamento e un senso, mettono alla prova la loro necessità e mostrano la loro provenienza (A AN – Due cieli). Una particolare e generale uniformità e monotonia ne è la traccia più evidente.

ME A N compie provvisoriamente questa esperienza di scrittura pensata come ciclo: *AN (A.AN, APSU, KRAAN KE.AN, AN.NA, ME A AN) (1989-1994). Di questa esperienza restano dei frammenti che corrispondono a distanze diverse dallo stesso evento: un canto di, dove il di rimane una domanda.

ME A AN è al tempo stesso occasione di

  • restituzione del vibrare alla sua provenienza (il silenzio, il metallo)
  • assimilazione di un ritmo del vivente
  • domanda di una Misura (del fare, dell’ascolto) e di uno “Spazio-di-Risonanza-aperto-verso”.