Pierluigi Billone
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Mani.Giacometti

(2000)

per Violino, Viola e Violoncello
Commissione dallo Südwestrundfunk e del ministero per cultura, Baden-Württemberg


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Pierluigi Billone


Una domanda

(in forma di un ringraziamento a Martin Heidegger)

La nostra cultura ha posto sempre più al proprio centro il Dire in tutte le sue forme: il dire che istituisce, orienta, pone a distanza, mette in gerarchia, classifica, decide, crea orizzonti e prospettive di vita pratica. Quando questa tendenza diventa estrema, si crea una specie particolare di accecamento e sordità (con diverse gradazioni), per cui ciò che accade ha realtà e dignità solo se può essere incontrato e riconosciuto dal dire, oppure decade ad una forma inessenziale e secondaria di esistenza e resta in una periferia indifferente, dove prima o poi cessa di esistere.

Quando il dire diventa il luogo dove accadono gli eventi, si crea un resto (che rimane indefinito e che solo ora appare): un corrispettivo “concreto” del dire, una sua zona d’ombra.

L’effetto di accecamento è completo quando lo spazio, dove noi e le cose possiamo esistere, è quello aperto unicamente dal dire: ciò che è possibile fare e pensare si riduce ad un orizzonte limitatissimo (nonostante le apparenze), fino ad esistere ed esaurirsi nel solo dire (che quindi non ha neanche il problema di corrispondere a qualche cosa).

E’ un circolo vizioso soffocante, per quello che presuppone, per quello che impedisce e per le conseguenze che ha. Il dire è completamente condotto a un ruolo abnorme e improprio, e così manifesta uno squilibrio profondo, un impoverimento e uno svuotamento della vita, e indica un indebolimento del pensiero.

In questo movimento il dire ha già collocato la musica nelle sue gerarchie, dandole un ruolo. Le conseguenze, tra l’altro molto diverse, sono evidenti e si mostrano nel modo di incontrare, ascoltare, fare e pensare la musica.

Come uomo e musicista vivo questa situazione dal di dentro, e avverto da un lato una profonda estraneità a tutto ciò e dall’altro la necessità e l’urgenza di sottrarsi a questa attrazione soffocante, cominciare a restituire spazio a una *Misura diversa.

E’ possibile fare un piccolo passo in un’altra direzione, ma, ed è importante, a partire dal dire, dalla sua forza intrinseca. Mi collego qui ai cenni che Martin Heidegger fa in “Unterwegs zur Sprache” (In cammino verso il Linguaggio). Sprache, glossa, lingua, langue, language, indicano la stessa cosa, o così sembra...... Il Giapponese, che nel contatto con la cultura europea ha la necessità di tradurre il termine Lingua, ha a disposizione la parola Koto-ba. Restare in ascolto di questo segno significa sentire-vedere il graduale aprirsi dello spazio che custodisce; le sue polarità diventano visibili come in una costellazione. In questo momento il segno mostra la sua forza come “presenza rivelante”. Se entriamo in colloquio con questa presenza Koto-ba ci dice:

Koto-ba

Restare in ascolto di questo segno significa sentire-vedere il graduale aprirsi dello spazio che custodisce; le sue polarità diventano visibili come in una costellazione. In questo momento il segno mostra la sua forza come “presenza rivelante”. Se entriamo in colloquio con questa presenza Koto-ba ci dice: il Dire si mostra se pensi come unità Mondo, Albero, Fiorire, Bocca, Kokkoro. Bocca e Kokkoro sono solo un polo di tutto ciò e non puoi separarli dal resto. Ma la cosa più importante che Koto-ba dice (mostra-rivela) è che: la comprensione che sta alla base di tutto questo legame è silenziosa, è una chiarezza pre-verbale.

Un abbraccio di profondità e concentrazione enormi che ancora non conosce il dire come centro. E’ una scrittura, in senso amplissimo, che l ́Ideografia cinese è in grado di custodire. I segni scritti e le parole corrispondenti, e la parola Koto-ba che li riunisce tutti (conservandoli nel dire), sono la traccia- nei modi e nelle possibilità della scrittura- di questo evento di comprensione silenziosa, che riesce ad ascoltare-vedere il dire perché non ha niente a che fare con il dire.

L’ascolto di questa parola Koto-ba è evidentemente inesauribile e sempre aperto, perché non indica un oggetto ma un legame e quindi non è riducibile a uno dei suoi poli. Ognuno dei suoi poli inoltre, porta nel legame tutta la vivente instabilità del proprio ritmo.
Allora questa parola è contemporaneamente:

  • una parola-sguardo (tutto abbracciante)
  • una lentissima corrente in movimento
In questo evento di comprensione l’uomo, in quanto parlante, è presente nei segni di Bocca e Kokkoro, lì, a sinistra, in posizione non privilegiata, con il resto.

Una domanda:
è possibile avvicinare la musica a partire da una comprensione silenziosa? (e senza cadere nel tranello dello Psicologico, Intuitivo, Irrazionale, Spontaneo, etc. ...cioè modi di comprensione creati dal dire) (...e lasciando da parte quella avvilente diarrea verbale che...)